La sorpresa
di Pietro Tozzetti

La zia Assunta, dopo che una paresi diabetica l’aveva colpita, paralizzandole il lato destro del corpo, si muoveva lentamente, con attenzione, con l’andamento legnoso che contraddistingue chi ha problemi motori.

Alta, magra, con i capelli biondi rapidamente imbiancati, non sembrava neanche lontanamente la bella e giovane infermiera  – aveva solo diciannove anni – a cui il professor Palagi, all’inizio del secolo scorso, chiese di spogliarsi… solo per controllare la robustezza fisica necessaria a svolgere quel duro lavoro!

Tra mia madre e la zia ci correvano ventanni, lei infatti era del 1896 e la mamma del sedici, e non era raro che, quando andavano fuori insieme, le potessero  scambiare per mamma e figliola.

La zia non avrebbe avuto figli, anche perché si sposò dopo la guerra con lo zio Corrado, quando ormai era già paralizzata ed in là con gli anni, ma questa è un’altra storia.

Al passaggio del fronte la mamma aveva accettato la sua ospitalità, perché la guerra teneva lontano il babbo e lei sfollata con due figli piccoli non sapeva dove andare.

In casa, dopo la disgrazia, il suo comportamento poteva sembrare duro e scontroso, poco paziente nei confronti di noi ragazzi, che nel frattempo eravamo raddoppiati di numero, ma la causa di questo era il suo rifiuto di ogni commiserazione e di falso pietismo: asseriva di essere capace di fare tutto come una persona qualsiasi, ed io ricordo che oltre a tutti i lavori domestici era capace di fare la calza con la sola mano sinistra!

Quel pomeriggio la giornata primaverile invitava ad uscire e quando sentii che la zia si stava preparando le chiesi, senza entrare nelle sue stanze, se poteva portare anche me. Lei non rispose, ma quando apparve in cucina mi domandò:

“ Ancora non sei pronto?” Non feci cenno al fatto che le avevo chiesto se avrei dovuto prepararmi, perché sapevo che non gli sarebbe piaciuto, per cui risposi “Arrivo!”

Mi misi le scarpe, mi bagnai la testa in cucina per farmi la divisa e sorridendo la raggiunsi in fondo alle scale.

Abitando in un mezzanino le scale erano interne, dopo la porta di ingresso e lei le scendeva lentamente e con difficoltà.

Mi ricordo che invecchiando sarebbe uscita di rado, neanche per la Messa, dove non andava quasi più, giustificandosi con “.. dopo quello che mi ha fatto Cristo, che ci vado a fare!”, ma non inveiva mai contro la sua disgrazia, e quando fuori sentiva qualcuno bestemmiare lo riprendeva, minacciandolo con il bastone, e lì in S. Spirito  non c’era certo bisogno di andarli a cercare, perché tra barrocciai, fiaccherai e muratori la scelta era ampia.

Era vestita di blu scuro, con piccoli fiori colorati, portava un cappello di paglia nera con la veletta ed ai piedi indossava delle scarpe di raffia blu, senza tacco, che mi facevano ridere al solo guardarle, ma occhio a non farsi vedere perché o la sua mano “morta” o peggio il bastone ti arrivavano sulla testa.

Le portava per lenire il dolore che quelle di cuoio chiuse le procuravano, così poteva camminare meglio. Non voleva essere presa a braccetto, anzi diceva che sicuramente l’avrei fatta cadere e che gli ero, come minimo, d’impaccio.

I marciapiedi erano sconnessi ed anche il lastricato di Borgo Tegolaio risentiva in quegli anni della scarsa manutenzione e del passaggio dei carri dei barrocciai, ma il marciapiede di via Mazzetta era largo, almeno fino alla panchina di pietra che gira l’angolo del palazzo Guadagni.

Seduti sulla panca alcuni barboni prendevano il sole, mentre altri sbandati, con indumenti militari, mangiavano con le mani – sporche da non credere – degli spaghetti a sugo che qualche buonanima aveva rovesciato in un foglio di carta gialla, per calarlo dalla finestra con un panierino. Talvolta capitava che dovessero contendere la pasta ai gatti, perché veniva fatta volare per strada dalla finestra aperta, come spesso era abitudine fare la mattina, coi vasi da notte pieni, abituando gli abitanti del rione a camminare sempre nel mezzo di strada per evitare brutte sorprese!

Non so cosa mi prese, ma guardando la zia, con un nodo alla gola le dissi:

“Quando sarai vecchia, non ti farò mangiare nella carta gialla con le mani, stai tranquilla!” Non so come scansai il bastone, che lesta come un fulmine, ma sempre dopo essersi messa in equilibrio, fece volteggiare sopra la mia testa.

Forse non voleva veramente colpirmi, altrimenti sono sicuro che l’avrebbe potuto fare.

“ Non ce ne sarà bisogno, bischeraccio! – Mi disse guardandomi con quel suo sguardo accigliato – Sarà più facile che te lo dia io da mangiare, che tu a me. E poi – aggiunse – quando tu sarai grande io sarò belle e morta.”

E continuammo la passeggiata uno accanto all’altra.

Quando molti anni dopo mi sposai, al pranzo di nozze la zia era ancora tra noi, con il suo sguardo accigliato, ma sorridente nella foto, il cappello di paglia beige con la veletta, ed un bel tailleur dello stesso colore.