Il mio Arno
di Pietro Tozzetti

“Babbo, oggi con questa canna ti batto!”
Avevo nove anni e il babbo mi aveva comprato, dal Giorgetti in S.Frediano, una
canna da pesca di otto metri!
L’avevo tanto desiderata che la sognavo anche la notte, e ora sul greto dell’Arno,
stavo innestando i cinque pezzi che la componevano.
Era una canna per la pesca di fondo, un po’ pesante per me, ma riuscii lo stesso a
metterla con il calcio nella sabbia e poi sulla forcella di sostegno per dargli la giusta
pendenza.
Andavamo a pescare sul lungarno S.Rosa, che per noi era il posto migliore.
Quando tornavamo, e nella retina avevo del pescato, che era stato il nostro
divertimento, mi fermavo dalla signora Liuzzi al pianterreno dello stabile di via
Pisana dove abitavamo e glielo regalavo, perché a nessuno nella mia famiglia
piaceva il pesce d’Arno.
Per la villeggiatura invece andavamo insieme ad altre famiglie nello spiazzo di sabbia
vicino al ponte alla Vittoria, dall’altra parte dell’Arno verso le Cascine.
Si mangiava sulla riva e si beveva l’acqua frizzante portata da casa, che avevamo
sepolto nella sabbia a fior d’acqua per mantenerla fresca.
Quando il livello dell’Arno lo permetteva e la mamma si distraeva, facevo la
traversata da riva a riva, che avventura!
Quante belle giornate ho passato giocando con i sassi dell’Arno!
A volte sotto ci trovavo anche un pesce, poi qua e là nel fiume, affioravano piccole
bolle d’acqua di sorgente che bevevo con gusto.
Avevo diciassette anni, quando, una mattina presto, stavo andando in bicicletta verso
gli Uffizi, dove c’era il mercato dei fiori, per dare una mano a mio zio. Il mio compito
era quello di accomodare i fiori nelle ceste maremmane, per portarli nel negozio che
aveva all’interno del cimitero di Soffiano.
Dopo aver attraversato il ponte alla Vittoria e svoltato a destra sul lungarno Ferrucci,
verso gli Uffizi sentii un uomo gridare:
“Aiuto! Nell’Arno c’è un morto!”
Gettata la bici a terra, mi affacciai alla spalletta e, nell’acqua che scorreva lenta, vidi
una sagoma che galleggiava. Non si capiva se il corpo era vivo o morto, era a pancia
in giù, ma quando arrivò vicino, si videro intorno al collo delle bolle d’aria, allora era
ancora vivo!
Intanto lungo la riva stava passando un gatto nero e il solito fiorentino che aveva
avvistato il malcapitato, disse, rivolto al gatto:
“Bussa via sennò quello more davvero!”
Non riuscii a frenarmi e mi scappò da ridere, poi, vergognandomi, vidi che più avanti
c’erano dei volontari pronti a tuffarsi e a quel disgraziato gli augurai che riuscissero a
salvarlo.