La visita al parco di Pratolino

La visita al parco di Pratolino
di Pietro Tozzetti

Era una mattina di giugno del 1699, alla residenza di Fiesole del nobile

Pierandrea Della Tozza, bussò un messaggero mandato del Gran Principe

Ferdinando de’ Medici. Il messaggero recava un gentile invito per una visita

al Giardino delle Meraviglie, come veniva chiamato il parco Mediceo di

Pratolino, per lui e per la sua famiglia.

Nel messaggio c’era anche la richiesta di precisare gentilmente la data nella

quale i signori sarebbero stati disponibili, per consentire di avere a

disposizione un sovrintendente in grado di predisporre la migliore

accoglienza nella residenza estiva dei Medici.

Il Principe Ferdinando avrebbe gradito la risposta attraverso lo stesso

messaggero che sarebbe ripassato nuovamente a fine serata.

Durante il pranzo, il nobile Pierandrea Della Tozza presentò ai propri

familiari la proposta del Principe che venne accolta con gioia sia dalla

moglie donna Matilde, da Cosimo di 11 anni e da Margherita di 8 i loro

figli.

Quando tornò il messo, la risposta era pronta insieme ai ringraziamenti per il

Principe dal quale avevano avuto ancora una volta la prova di grande

generosità.

Il giorno stabilito, il fedele cocchiere Sebastiano dei nobili Della Tozza, di

buon mattino aveva attaccato i cavalli alla carrozza che li avrebbe portati

all’appuntamento desiderato.

Arrivarono a Montorsoli e, al cancello d’ingresso del parco trovarono un

piccolo posto di guardia e un uomo che aveva tutta l’aria di essere un

sovraintendente ad attenderli. Vedendoli arrivare l’uomo si era avvicinato alla

carrozza, e togliendosi il cappello. “Ho l’onore di ricevere il nobile

Pierandrea Della Tozza e la sua riverita famiglia?”

Il nobile, affacciatosi per confermare, lo aveva anche ringraziato per il

disturbo di averlo distolto da cose sicuramente più importanti. Poi rivolto a

Sebastiano. “Segui il cavallo del sovraintendente che ti farà un segnale

quando saremo nel luogo dove stabilirà il posto in cui fermarsi.”

Senza altre parole Sebastiano fece cenno di aver capito e aspettò che il

sovraintendente, agilmente montasse a cavallo che aveva lasciato al posto di

guardia, mettendo la bestia al passo perché potessero seguirlo agevolmente

con la carrozza. Il fondo della strada sterrata era abbastanza buono e

leggermente in salita e dopo alcune larghe distese erbose la strada stava

inoltrandosi nell’interno, verso un bosco di querce, abeti e ippocastani.

Dopo una mezz’ora arrivarono in uno spiazzo contornato da alti abeti e da

statue che facevano corona. Nel mezzo c’era un tavoloin pietra con sedili

anchessi in pietra e di lato una costruzione che non era certo una abitazione,

aveva l’aspetto di un magazzino o di una prigione.

La guida smontò da cavallo e, mentre anche i signori scendevano a terra.

“Qui siamo alla fagianeria” disse “E’ una ottima posizione per la visita del

parco, abbastanza equidistante per quello che intendo mostrarvi e mi

permetto di consigliare lorsignori a lasciare la carrozza e proseguire a piedi,

sempre se siete d’accordo, suppongo che vi siate portati delle calzature

adeguate.”

Rimase soddisfatto vedendo che i signori l’avevano previsto, e mentre si

accingevano al cambio delle calzature, continuò. “Questo parco si apprezza

molto di più camminando e con la possibilità di soffermandosi ad ammirare

le bellezze. Una cosa che aiuta e fa bene è quella di odorare gli umori che

sprigionano le piante, così da stimolare la camminata.”

Tanto Cosimo che Margherita non aspettavano altro, stavano scorrazzando

divertendosi avanti e indietro fra le alte siepi di lauro e intorno agli alberi.

Intanto arrivarono a un grande prato ottagonale con in mezzo una vasca che

conteneva una enorme masso, e subito sentirono la voce della guida. “Questa

che vedete si chiama la Pietra di Spugna, perché è una pietra che ha la

caratterisctica di essere fatta di un materiale spugnoso. Pensate che è stata

portata dalla Corsica e pesa ben trentamila libbre!”

Non molto lontano si stava delineando un monumento di grandezza

eccezionale, sembrava un uomo mezzo coperto di terra e fogliame, poi

avvicinandosi videro che raffigurava un gigante inginocchiato, parzialmente

celato dai residui terrosi, come stesse uscendo dalle viscere della terra per

riposarsi ai bordi di un laghetto interamente coperto di ninfee.

La guida arrivò immediatamente per soddisfare la curiosità degli ospiti.

“Questo è il Gigante dell’Appennino, è alto 25 braccia e come potete vedere

è inginocchiato e sta schiacciando un serpente volante dalla cui bocca sgorga

l’acqua che si riversa nel lago da lui stesso generato. Poi, in certe occasioni

speciali all’interno della testa del Gigante viene acceso un camino per fare

uscire il fumo dalle narici.”

Gli ospiti erano rimasti senza parole, erano veramente stupiti, poi il giovane

Cosimo uscì con l’espressione che interpretava il pensiero di tutti. “E’

davvero una cosa eccezionale, ma chi è stato l’artefice di questo Gigante?”

Il sovraintendente soddisfatto per lo stupore con il quale veniva apprezzata la

bellezza dell’opera, non fece attendere la risposta. “E’ stato progettato dal

grande architetto Giambologna oltre un secolo fa ed è il monumento più

grande esistente nel parco, ma avrete ancora di che stupirvi con quello che vi

mostrerò in seguito!”

E mentre camminavano ancora scioccati da quella visione, la guida mostrò

loro una scalinata sulla cui sommità c’era La Cappella.

“Quella è una Cappella che ha una originale particolarità, di avere una base

esagonale che la rende unica, ed è una delle opere costruite dal maestro

Buontalenti nel 1580.”

Sempre più affascinati da tante bellezze che si susseguivano, quasi senza

interruzione, i signori avevano perso di vista i ragazzi che sparivano e

apparivano senza mai fermarsi in questo paradiso arboreo.

Continuando a seguire l’uomo, i signori Della Tozza si trovarono davanti a

un lungo viale sovrastato da una volta formata da una continua serie di

zampilli di acqua. Davanti a questa veduta stupenda non riuscirono a frenare

un ohhhh! di meraviglia.

“Questo è il viale degli Zampilli, e come potete vedere ai lati ci sono,

intervallati a breve distanza, dei getti d’acqua che fanno apparire come essere

in un viale con una copertura eccezionale. Questo viale è lungo 360 braccia

e largo 30 e, dalla parte sud del parco c’è il viale gemello di questo, ma senza

zampilli. Anche questa, come avrete certamente capito è opera del

Buontalenti, così come tutti i meccanismi acquatici.

Ancora una volta questa meraviglia li aveva lasciati senza parole. Intanto

stavano percorrendo lentamente l’intero viale e poi voltarono lateralmente

fino a trovarsi in una ampia area munita di sedili in pietra.

Il loro accompagnatore si fermò e disse, rivolgendosi a loro discretamente.

“Col vostro permesso, proporrei di fare una breve sosta per riposarsi e per

fare uno spuntino, questo è il posto adatto, siamo alla Peschiera della

Maschera, così detta per quella grande maschera che vedete di lato. Mi sono

preso la libertà di prepararvi una cosa leggera che dovrà necessariamente

sostituire il pranzo.”

Detto questo, e dopo l’assenso avuto dagli ospiti, da un anfratto nascosto alla

vista aveva presò due grandi ceste dalle quali spuntavano cibi e bevande in

quantità. Non avrebbe potuto fare una cosa più gradita, il camminare aveva

sortito l’effetto di stimolare l’appetito, così tanto i signori che i ragazzi

apprezzarono riconoscenti questo ben di Dio, non mancavano ne dolci ne

vino e ancora una volta dovettero convenire che si trattava di una ospitalità

davvero principesca.

Dopo la sosta, che si era prolungata più del previsto, avevano ripreso il

cammino in silenzio attraversando sentieri e viali contornati da alte siepi e,

spesso apparivano come sbucate dal nulla alcune statue che erano state

messe con il solo scopo di rendere piacevole il percorso e lasciare stupiti i

visitatori che normalmente sentivano la fatica di questo splendido percorso.

Soltanto i ragazzi non accennavano a dare segni di stanchezza, apparivano e

sparivano mentre i genitori erano arrivati vicini ad una serie di grandi vasche

che emettevano un rumore di cascate.

La guida, alzando la voce per farsi sentire, stava dicendo. “Queste sono Le

Gamberaie, grandi vasche degradanti che servono per l’allevamento dei

crostacei e, dall’alto appaiono separate una dall’altra, mentre dal basso, dove

ci troviamo in questo momento, fanno l’effetto di una cascata continua, non è

meraviglioso?”

Non potevano non essere d’accordo, e si accinsero ad osservare con

attenzione anche questa splendida realizzazione e per non essere ripetitivi

con le espressioni di giubilo si astennero dai commenti, ma gli occhi non

poterono rimanere insensibili a questo spettacolo geniale.

Proseguirono la visita che si stava dimostrando sempre più faticosa, e non

solo per le gambe, ma anche per la mente che stentava ad assorbire tanta

bellezza.

Da un po’ di tempo i ragazzi non si facevano vedere e gli adulti pensarono

che li stessero seguendo nascosti dietro le siepi, era facile in quella specie di

labirinto nascondersi per non essere visti, e attesero tranquilli seduti nei

pressi del giardino segreto che comprendevun’altra meraviglia, La Fontana

del Narciso. Ancora una volta non poterono nascondere la propria

ammirazione, nel vedere questo complesso gioco di automi comandati dalla

forza idrica, genialmente realizzati dal solito Buontalenti. Questo spettacolo

così complesso li aveva tenuti assorti senza riuscire a considerare il

trascorrere del tempo, poi accorgendosi che i ragazzi non si facevano ancora

vedere cominciarono a chiamarli, ma senza avere alcuna risposta.

Si stava avvicinando il tramonto e dovevano anche mettere in conto il

percorso per tornare alla carrozza e poi fare ritorno a casa. Il sovrintendente

li tranquillizzò dicendo che i ragazzi in quel paradiso si sentivano liberi e

non era infrequente che perdessero momentaneamente l’orientamento, ma

se non tornavano entro breve tempo, avrebbe chiamato alcuni guardiani per

cercarli, sicuramente si erano allontanati e ora stentavano a capire dove si

trovavano. Ma i ragionamenti della guida non furono sufficienti a

tranquillizzarli, i signori Della Tozza non erano d’accordo di aspettare

ancora, e il sovrintendente di accogliere la loro richiesta. Prese il corno che

aveva al fianco e con quanto fiato aveva suonò tre volte in breve successione,

era un segnale di emergenza, convenuto con quelli che lavoravano nel

parco, e che sarebbero accorsi nella sua direzione.Mentre i minuti

scorrevano, il sovrintendente e il nobile Pierandrea chiamavano a gran voce i

ragazzi, prima uno e poi l’altra ma nessuno rispondeva. Poi si guardarono in

giro interrogativamente e la guida faceva di tutto per dimostrarsi tranquillo

riuscendo solo parzialmente nell’intento.

Dal folto del bosco ecco sbucare un guardiano, poi un secondo e un terzo

che, informati di cosa si trattava e memorizzati i nomi dei ragazzi ripartirono

in tre diverse direzioni.

“Vedrete che presto li troveranno e tutto finirà nel migliore dei modi, i miei

uomini sono bravi e conoscono bene il bosco, quindi vi prego di stare

tranquilli.”

Il sole ormai era tramontato e presto sarebbe arrivata la sera e, in quella

situazione non era facile riuscire a stare tranquilli.

Passò ancora un’ora, era diventato scuro e non si vedeva alcun risultato, la

loro guida, non più tanto sicuro di sé stava dicendo. “Se i signori lo

consentono proporrei di accompagnarli alla carrozza e io potrei andare ad

allertare altri uomini e, con le lanterne continueremo la ricerca.”

“Facciamo così, intervenne il nobile Pierandrea, portiamo mia moglie in uno

dei vostri alloggi dove potrà avere assistenza, e io verrò con voi nel bosco, si

sentiranno più sicuri quando li troveremo e sentiranno la mia voce.”

Anche la signora Matilde era della stesso avviso del marito, quindi si

incamminarono verso uno degli alloggi, ma senza la luce del sole non era

cosi facile muoversi in quell’ambiente com’era stato fino ad allora.

Lasciata la moglie in una casa vicina e munitosi di un bastone e di un lume a

olio il nobile Pierandrea si avviò con altri volontari per una battuta che mai

avrebbe pensato di dover fare. Si era messo alle calcagna di uno dei

guardiani che gli aveva prestato una camicia pesante per non addentrarsi nel

bosco con la sua di lino.

Avevano stabilito il piano per le ricerche con al centro La Fontana del

Narciso, dove era l’ultima sosta nella quale erano spariti i ragazzi e da lì a

raggiera si sarebbero sparpagliati, sempre chiamandoli a gran voce.

Avevano stabilito un sistema di segnalazioni con gli squilli dei corni, e il

nobile Pierandrea aveva capito che uno squillo molto prolungato significava

il ritrovamento dei ragazzi, lui sperava che arrivasse quanto prima, non

poteva immaginare i suoi figli nel bosco di notte, con i cinghiali che si

muovono in cerca di cibo…

Non credeva ai suoi orecchi quando credette di sentire un lungo suono del

corno, erano salvi! Avuta la conferma, si mosse con il compagno verso la

direzione del suono, che ad intervalli veniva ripetuto per guidarli. Non ci

volle molto per trovarsi nel luogo del richiamo. Alla tremula luce, il nobile

Pierandrea riconobbe Cosimo che si precipitò verso il padre piangendo.

“Babbo l’ho persa senza nemmeno sapere dove, mi sono girato e non c’era

più, l’ho cercata fino a quando era giorno, chiamandola di continuo, babbo è

colpa mia!”

Si abbracciarono mentreil padre cercava di non mortificare il figlio, ma con

una delusione evidente, poi, facendosi forza, ad alta voce rivolto a tutti.

“Si ricomincia per trovare Margherita!”

Il sovrintendente che dirigeva le operazioni aveva dato gli ordini necessari e

questa volta anche Cosimo volle essere della partita con il babbo.

Le segnalazioni si susseguivano ma non erano quelle che tutti attendevano e

il nobile Pierandrea cominciava a temere il peggio, forse la bambina era

caduta e si trovava ferita in qualche anfratto e nella condizione di non potersi

muovere, e poi c’erano i cinghiali che nella notte si muovono in branchi in

cerca di cibo, o altri animali attirati dal sangue. Con questi pensieri stentava

a seguire l’uomo che gli faceva da guida che si muoveva con sicurezza ma

senza risultati.

Sarà stato all’incirca mezzanotte quando finalmente sentirono il lungo suono

tanto atteso, poi ancora lo stesso dopo poco, non c’erano dubbi, la bambina

era stata trovata, ma subito si posero la domanda, in quale condizione?

L’uomo che li guidava andava veloce, e più di una volta dovettero dirgli di

rallentare, tanto il babbo che il figlio erano stremati e non si aspettavano

niente di buono, ma almeno l’avevano trovata!

Quando arrivarono nello spiazzo dove si erano riuniti apparve Margherita

che sembrava un fauno, era letteralmente ricoperta di fango e foglie secche,

ma alla vista del babbo si era precipitata incontro e lo aveva abbracciato

senza nemmeno una lacrima. Inspiegabilmente non sembrava uscita da

un’avventura terribile che si era appena conclusa, e aveva solo otto anni!

Uno dei soccorritori che aveva una coperta l’avvolse e la prese in braccio

dopo aver avuto l’assenso del babbo che non era in grado di sostenere il peso

della bambina. Con la bambina in collo precedette tutti gli altri

incamminandosi verso l’alloggio deve la mamma l’aspettava. Alla vista della

figlia così conciata donna Matilde era rimasta turbata, ma le era andata

incontro per prenderla in braccio aspettandosi chissà quali danni su quel

corpicino avvolto nella coperta. Margherita, appena messa a terra aveva

dimostrato di stare bene e con sorpresa di tutti aveva detto che si era

addormentata in una fossa e poi nel sogno era stata ad aspettare di

svegliarsi, fino a quando aveva sentito quegli uomini con le lanterne che la

chiamavano per nome e aveva capito che il sogno era finito.

L’indomani i nobili Della Tozza portarono la bambina dal dottore per un

controllo e per avere una spiegazione attendibile di come una piccola come

Margherita avesse potuto affrontare una cosa così grossa.

Dopo una visita accurata il dottore non riscontrò nessuna escoriazione sulla

piccola, poi trattandosi anche di uno psicologo si premurò di fornire ai

genitori questo genere di spiegazione. “ Probabilmente la bambina, nel

rotolare nel fosso dove è stata trovata, è svenuta senza nemmeno

accorgersene, forse per la paura, e si è trovata accolta dal fango e dalle

foglie che le hanno fatto da giaciglio, quando si è svegliata non ricordando

niente di ciò, ha pensato di aver sognato e questo l’ha salvata da una crisi di

paura isterica che poteva portarle danni molto gravi, diciamo che per lei è

stata un’avventura fortunata.”

Poi guardando la bambina aveva concluso. “Tu forse non lo sai, ma quel

posto, oltre che dalle persone, è abitato anche dagli gnomi del bosco che

proteggono i bambini e sono stati loro che ti hanno protetto.”

Perchè

La visita al parco di Pratolino
di Pietro Tozzetti

Perché il fatto di essere donna gli fa credere che tu sia debole?

Perché troppe volte ti considera soltanto un oggetto?

Perché se finisce una storia non puoi essere libera?

Perché ti costringe a seguirlo come se fosse il padrone?

Perché se ti incontra sola e indifesa può approfittarne?

Perché in certi paesi ti fanno quella dolorosa mutilazione?

Perché quando lui ti picchia, vergognandoti dici che sei caduta?

Perché tu che sei madre e dai la vita, può pensare di togliertela?

Perché ti può aggredire e lasciarti sfigurata?

Perché sopporti gli abusi giornalieri in casa e al lavoro?

Perché…perché…perché…

Perché non ci chiediamo

cosa ha fatto lei di male

per trattarla ingiustamente

quasi fosse un animale?

Perché non vogliam capire

che infliggendole dolore

siamo simili alle belve

e ne va del nostro onore?

Perché non ci sforziamo

a darle stima e tenerezza?

Si potrebbe constatare

che soltanto lei è certezza.

La sorpresa

La visita al parco di Pratolino
di Pietro Tozzetti

La zia Assunta, dopo che una paresi diabetica l’aveva colpita, paralizzandole il lato destro del corpo, si muoveva lentamente, con attenzione, con l’andamento legnoso che contraddistingue chi ha problemi motori.

Alta, magra, con i capelli biondi rapidamente imbiancati, non sembrava neanche lontanamente la bella e giovane infermiera  – aveva solo diciannove anni – a cui il professor Palagi, all’inizio del secolo scorso, chiese di spogliarsi… solo per controllare la robustezza fisica necessaria a svolgere quel duro lavoro!

Tra mia madre e la zia ci correvano ventanni, lei infatti era del 1896 e la mamma del sedici, e non era raro che, quando andavano fuori insieme, le potessero  scambiare per mamma e figliola.

La zia non avrebbe avuto figli, anche perché si sposò dopo la guerra con lo zio Corrado, quando ormai era già paralizzata ed in là con gli anni, ma questa è un’altra storia.

Al passaggio del fronte la mamma aveva accettato la sua ospitalità, perché la guerra teneva lontano il babbo e lei sfollata con due figli piccoli non sapeva dove andare.

In casa, dopo la disgrazia, il suo comportamento poteva sembrare duro e scontroso, poco paziente nei confronti di noi ragazzi, che nel frattempo eravamo raddoppiati di numero, ma la causa di questo era il suo rifiuto di ogni commiserazione e di falso pietismo: asseriva di essere capace di fare tutto come una persona qualsiasi, ed io ricordo che oltre a tutti i lavori domestici era capace di fare la calza con la sola mano sinistra!

Quel pomeriggio la giornata primaverile invitava ad uscire e quando sentii che la zia si stava preparando le chiesi, senza entrare nelle sue stanze, se poteva portare anche me. Lei non rispose, ma quando apparve in cucina mi domandò:

“ Ancora non sei pronto?” Non feci cenno al fatto che le avevo chiesto se avrei dovuto prepararmi, perché sapevo che non gli sarebbe piaciuto, per cui risposi “Arrivo!”

Mi misi le scarpe, mi bagnai la testa in cucina per farmi la divisa e sorridendo la raggiunsi in fondo alle scale.

Abitando in un mezzanino le scale erano interne, dopo la porta di ingresso e lei le scendeva lentamente e con difficoltà.

Mi ricordo che invecchiando sarebbe uscita di rado, neanche per la Messa, dove non andava quasi più, giustificandosi con “.. dopo quello che mi ha fatto Cristo, che ci vado a fare!”, ma non inveiva mai contro la sua disgrazia, e quando fuori sentiva qualcuno bestemmiare lo riprendeva, minacciandolo con il bastone, e lì in S. Spirito  non c’era certo bisogno di andarli a cercare, perché tra barrocciai, fiaccherai e muratori la scelta era ampia.

Era vestita di blu scuro, con piccoli fiori colorati, portava un cappello di paglia nera con la veletta ed ai piedi indossava delle scarpe di raffia blu, senza tacco, che mi facevano ridere al solo guardarle, ma occhio a non farsi vedere perché o la sua mano “morta” o peggio il bastone ti arrivavano sulla testa.

Le portava per lenire il dolore che quelle di cuoio chiuse le procuravano, così poteva camminare meglio. Non voleva essere presa a braccetto, anzi diceva che sicuramente l’avrei fatta cadere e che gli ero, come minimo, d’impaccio.

I marciapiedi erano sconnessi ed anche il lastricato di Borgo Tegolaio risentiva in quegli anni della scarsa manutenzione e del passaggio dei carri dei barrocciai, ma il marciapiede di via Mazzetta era largo, almeno fino alla panchina di pietra che gira l’angolo del palazzo Guadagni.

Seduti sulla panca alcuni barboni prendevano il sole, mentre altri sbandati, con indumenti militari, mangiavano con le mani – sporche da non credere – degli spaghetti a sugo che qualche buonanima aveva rovesciato in un foglio di carta gialla, per calarlo dalla finestra con un panierino. Talvolta capitava che dovessero contendere la pasta ai gatti, perché veniva fatta volare per strada dalla finestra aperta, come spesso era abitudine fare la mattina, coi vasi da notte pieni, abituando gli abitanti del rione a camminare sempre nel mezzo di strada per evitare brutte sorprese!

Non so cosa mi prese, ma guardando la zia, con un nodo alla gola le dissi:

“Quando sarai vecchia, non ti farò mangiare nella carta gialla con le mani, stai tranquilla!” Non so come scansai il bastone, che lesta come un fulmine, ma sempre dopo essersi messa in equilibrio, fece volteggiare sopra la mia testa.

Forse non voleva veramente colpirmi, altrimenti sono sicuro che l’avrebbe potuto fare.

“ Non ce ne sarà bisogno, bischeraccio! – Mi disse guardandomi con quel suo sguardo accigliato – Sarà più facile che te lo dia io da mangiare, che tu a me. E poi – aggiunse – quando tu sarai grande io sarò belle e morta.”

E continuammo la passeggiata uno accanto all’altra.

Quando molti anni dopo mi sposai, al pranzo di nozze la zia era ancora tra noi, con il suo sguardo accigliato, ma sorridente nella foto, il cappello di paglia beige con la veletta, ed un bel tailleur dello stesso colore. 

Il mio Arno

La visita al parco di Pratolino
di Pietro Tozzetti

“Babbo, oggi con questa canna ti batto!”
Avevo nove anni e il babbo mi aveva comprato, dal Giorgetti in S.Frediano, una
canna da pesca di otto metri!
L’avevo tanto desiderata che la sognavo anche la notte, e ora sul greto dell’Arno,
stavo innestando i cinque pezzi che la componevano.
Era una canna per la pesca di fondo, un po’ pesante per me, ma riuscii lo stesso a
metterla con il calcio nella sabbia e poi sulla forcella di sostegno per dargli la giusta
pendenza.
Andavamo a pescare sul lungarno S.Rosa, che per noi era il posto migliore.
Quando tornavamo, e nella retina avevo del pescato, che era stato il nostro
divertimento, mi fermavo dalla signora Liuzzi al pianterreno dello stabile di via
Pisana dove abitavamo e glielo regalavo, perché a nessuno nella mia famiglia
piaceva il pesce d’Arno.
Per la villeggiatura invece andavamo insieme ad altre famiglie nello spiazzo di sabbia
vicino al ponte alla Vittoria, dall’altra parte dell’Arno verso le Cascine.
Si mangiava sulla riva e si beveva l’acqua frizzante portata da casa, che avevamo
sepolto nella sabbia a fior d’acqua per mantenerla fresca.
Quando il livello dell’Arno lo permetteva e la mamma si distraeva, facevo la
traversata da riva a riva, che avventura!
Quante belle giornate ho passato giocando con i sassi dell’Arno!
A volte sotto ci trovavo anche un pesce, poi qua e là nel fiume, affioravano piccole
bolle d’acqua di sorgente che bevevo con gusto.
Avevo diciassette anni, quando, una mattina presto, stavo andando in bicicletta verso
gli Uffizi, dove c’era il mercato dei fiori, per dare una mano a mio zio. Il mio compito
era quello di accomodare i fiori nelle ceste maremmane, per portarli nel negozio che
aveva all’interno del cimitero di Soffiano.
Dopo aver attraversato il ponte alla Vittoria e svoltato a destra sul lungarno Ferrucci,
verso gli Uffizi sentii un uomo gridare:
“Aiuto! Nell’Arno c’è un morto!”
Gettata la bici a terra, mi affacciai alla spalletta e, nell’acqua che scorreva lenta, vidi
una sagoma che galleggiava. Non si capiva se il corpo era vivo o morto, era a pancia
in giù, ma quando arrivò vicino, si videro intorno al collo delle bolle d’aria, allora era
ancora vivo!
Intanto lungo la riva stava passando un gatto nero e il solito fiorentino che aveva
avvistato il malcapitato, disse, rivolto al gatto:
“Bussa via sennò quello more davvero!”
Non riuscii a frenarmi e mi scappò da ridere, poi, vergognandomi, vidi che più avanti
c’erano dei volontari pronti a tuffarsi e a quel disgraziato gli augurai che riuscissero a
salvarlo.

I’ bello dì forte

La visita al parco di Pratolino
di Pietro Tozzetti

L’è d’oro la mi’ Versilia ai’ sole e co’ raggi la bagna le mi’ belle spiagge ma qui l’è un posto un po’ speciale, se ‘un tu se pronto ì core ‘un regge. Se poi ti giri t’aspettan le Apuane un’ ti parrà vero ma tu le poi toccare servagge e innevate di’ su’ marmo bianca e preziosa materia d’autore. E Michelangelo, ‘un fò pe’ di’ toscano salì lassù pe’ scegliere i’ più bello, lo trovò, lo prese e ci fece la Pietà che tutt’i’ mondo viene per ammirallo. I’ Forte l’è un posto unico ai’ mondo e ‘un ce n’è un altro che gli si po’ accostare se tu vieni ai’ Forte, basta una vorta sola ‘e t’entra nella mente e un’ te lo poi levare. Caro il mio Forte tu sei stato bravo co’ la tu’ gente quella che l’è in età matura a chiamà i’ turismo co’ i’ lusso e l’accoglienza ma se ti giri intorno…ringrazia la natura. 

IL PIATTO DI CARTA GIALLA

La visita al parco di Pratolino
di Pietro Tozzetti

La zia Assunta, dopo che una paresi diabetica l’aveva colpita, paralizzandole il lato destro del corpo, si muoveva lentamente, con attenzione, con l’andamento legnoso che contraddistingue chi ha problemi motori.

Alta, magra, con i capelli biondi rapidamente imbiancati, non sembrava neanche lontanamente la bella e giovane infermiera  – aveva solo diciannove anni – a cui il professor Palagi, all’inizio del secolo scorso, chiese di spogliarsi… solo per controllare la robustezza fisica necessaria a svolgere quel duro lavoro!

Tra mia madre e la zia ci correvano ventanni, lei infatti era del 1896 e la mamma del sedici, e non era raro che, quando andavano fuori insieme, le potessero  scambiare per mamma e figliola.

La zia non avrebbe avuto figli, anche perché si sposò dopo la guerra con lo zio Corrado, quando ormai era già paralizzata ed in là con gli anni, ma questa è un’altra storia.

Al passaggio del fronte la mamma aveva accettato la sua ospitalità, perché la guerra teneva lontano il babbo e lei sfollata con due figli piccoli non sapeva dove andare.

In casa, dopo la disgrazia, il suo comportamento poteva sembrare duro e scontroso, poco paziente nei confronti di noi ragazzi, che nel frattempo eravamo raddoppiati di numero, ma la causa di questo era il suo rifiuto di ogni commiserazione e di falso pietismo: asseriva di essere capace di fare tutto come una persona qualsiasi, ed io ricordo che oltre a tutti i lavori domestici era capace di fare la calza con la sola mano sinistra!

Quel pomeriggio la giornata primaverile invitava ad uscire e quando sentii che la zia si stava preparando le chiesi, senza entrare nelle sue stanze, se poteva portare anche me. Lei non rispose, ma quando apparve in cucina mi domandò:

“ Ancora non sei pronto?” Non feci cenno al fatto che le avevo chiesto se avrei dovuto prepararmi, perché sapevo che non gli sarebbe piaciuto, per cui risposi “Arrivo!”

Mi misi le scarpe, mi bagnai la testa in cucina per farmi la divisa e sorridendo la raggiunsi in fondo alle scale.

Abitando in un mezzanino le scale erano interne, dopo la porta di ingresso e lei le scendeva lentamente e con difficoltà.

Mi ricordo che invecchiando sarebbe uscita di rado, neanche per la Messa, dove non andava quasi più, giustificandosi con “.. dopo quello che mi ha fatto Cristo, che ci vado a fare!”, ma non inveiva mai contro la sua disgrazia, e quando fuori sentiva qualcuno bestemmiare lo riprendeva, minacciandolo con il bastone, e lì in S. Spirito  non c’era certo bisogno di andarli a cercare, perché tra barrocciai, fiaccherai e muratori la scelta era ampia.

Era vestita di blu scuro, con piccoli fiori colorati, portava un cappello di paglia nera con la veletta ed ai piedi indossava delle scarpe di raffia blu, senza tacco, che mi facevano ridere al solo guardarle, ma occhio a non farsi vedere perché o la sua mano “morta” o peggio il bastone ti arrivavano sulla testa.

Le portava per lenire il dolore che quelle di cuoio chiuse le procuravano, così poteva camminare meglio. Non voleva essere presa a braccetto, anzi diceva che sicuramente l’avrei fatta cadere e che gli ero, come minimo, d’impaccio.

I marciapiedi erano sconnessi ed anche il lastricato di Borgo Tegolaio risentiva in quegli anni della scarsa manutenzione e del passaggio dei carri dei barrocciai, ma il marciapiede di via Mazzetta era largo, almeno fino alla panchina di pietra che gira l’angolo del palazzo Guadagni.

Seduti sulla panca alcuni barboni prendevano il sole, mentre altri sbandati, con indumenti militari, mangiavano con le mani – sporche da non credere – degli spaghetti a sugo che qualche buonanima aveva rovesciato in un foglio di carta gialla, per calarlo dalla finestra con un panierino. Talvolta capitava che dovessero contendere la pasta ai gatti, perché veniva fatta volare per strada dalla finestra aperta, come spesso era abitudine fare la mattina, coi vasi da notte pieni, abituando gli abitanti del rione a camminare sempre nel mezzo di strada per evitare brutte sorprese!

Non so cosa mi prese, ma guardando la zia, con un nodo alla gola le dissi:

“Quando sarai vecchia, non ti farò mangiare nella carta gialla con le mani, stai tranquilla!” Non so come scansai il bastone, che lesta come un fulmine, ma sempre dopo essersi messa in equilibrio, fece volteggiare sopra la mia testa.

Forse non voleva veramente colpirmi, altrimenti sono sicuro che l’avrebbe potuto fare.

“ Non ce ne sarà bisogno, bischeraccio! – Mi disse guardandomi con quel suo sguardo accigliato – Sarà più facile che te lo dia io da mangiare, che tu a me. E poi – aggiunse – quando tu sarai grande io sarò belle e morta.”

E continuammo la passeggiata uno accanto all’altra.

Quando molti anni dopo mi sposai, al pranzo di nozze la zia era ancora tra noi, con il suo sguardo accigliato, ma sorridente nella foto, il cappello di paglia beige con la veletta, ed un bel tailleur dello stesso colore.