Hans Schirmacher
Nella trasparenza di un acquarello talvolta finissimo, Hans Schirmacher riesce a riproporre sentimenti decantati nel tempo e che riaffiorano per romantiche visioni del paesaggio. O nell’immagine umana delicatamente suggerita come riferimento, per campionature, alla società nella quale egli vive in un incantato romitaggio. O in certe “nature morte” con i frutti disposti in composizioni che richiamano alla memoria le esperienze vissute in un astrattismo geometrico assai felice. E tuttavia è alla riproposta vedutistica che il pittore – nato ad Amsterdam ma trasferitosi dal 1956 a Firenze – riguadagna i ricordi e le speranze deluse che tornano ad essere speranze: di riconquista del silenzio, di visioni pacate in cui la Toscana recita sempre un ruolo di privilegio; oppure nella laguna veneta, che meglio suggerisce il modello della solitudine contemplativa, capace di scandire il fluire del tempo e far trasparire le architetture nell’aria liquida. E qui, caro come un naufragio leopardiano, è quell’adagiarsi lento dello sguardo sulla distesa dell’acqua dove si riflette il cielo, l’infinito.
Sono pennellate d’istinto e tuttavia calibrate in una misura consapevole in cui la realtà osservata appare irreale. E si riversa nel continuo delicatissimo “diario delle sensazioni” riattivato, dopo una lunga sosta, da una pittura piacevole, sì, ma che non rischia di deviare nel lezioso.
Tommaso Paloscia (1997)







