Baroncini Mauro

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Ricordo bene quando incontrai per la prima volta Mauro, durante l’inaugurazione di una delle sue mostre. Subito compresi la profondità umana della brava persona che avevo davanti, come se da tanti anni ci conoscessimo: uomo semplice, mai fuori posto, educato e spensierato.

Nato a Pontassieve nel periodo della grande guerra, sfollato nelle campagne e poi trasferitosi a Firenze, è sempre rimasto legato a questi poggi, a queste vallate fiorite di ginestre e giaggioli, tanto che ricorda spesso nelle sue opere attimi di vita dal sapore rurale.

Dalla tavolozza emerge nitido il senso della sua pittura, realistica, attenta ad ogni particolare: dipinge da sempre, tra gli alti e i bassi della vita di tutti i giorni, ma anche con attenzione per i grandi personaggi della musica, dello spettacolo e della scienza, accanto ad ignoti artisti e soggetti che lo emozionano nella loro espressività, sia artistica che ordinaria. 

Analoga attenzione dedica agli oggetti e alle immagini tipiche della sua Toscana, come il fiasco, la mezzina, lo scorcio del panorama, una tavola apparecchiata,  una finestra, un muro a secco nella campagna, sempre innamorandosi di ciò che lo circonda. Uno dei suoi luoghi preferiti è il colle di Vespignano, dove nacque Giotto e dove lui stesso ama spesso recarsi come in pellegrinaggio artistico con amici pittori.

Seppur realistiche, le sue rappresentazioni rimangono profondamente legate alla politica dei sogni, ai ricordi d’infanzia e giovinezza, tra giochi, conquiste, speranze sotto la bandiera di un solo colore. Così Mauro ama frugare nella memoria come rovistando in una cassa di balocchi… ne emergono storie, valori, sogni, gioie e dolori, che impreziosiscono l’essenzialità del suo stile come creando cataloghi di oggetti particolari che rendono la sua visione sempre toccante, come svuotando una vecchia soffitta carica di storie.

Per dipingere viene in campagna, a Frascole, nel comune di Dicomano, sempre accompagnato dall’immancabile cappello ma soprattutto dalla moglie Tina, complice e appassionata  collaboratrice nella vita e nell’arte. Lei è la sua prima fotografa, ma anche cuoca sopraffina: ogni visita a lui, si pregia di qualche piatto da lei preparato, come i mitici tortelli che ha offerto a me…

Davanti ai suo quadri si torna liberi di sognare, come ben illustra, mi sembra, quell’autoritratto in Vespa,  nel quale la tela si spalanca come una finestra sull’immaginario, sulla memoria, sulla giovinezza e sui ricordi d’amore, mentre tornano alla mente motivetti d’altri tempi, che lui sempre fischietta dipingendo. Questo è il suo “Dialogo col visibile”, nutrito essenzialmente da ciò che può essere visto solo con gli occhi del cuore.

                                                                   Alessandro Sarti